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| Sabato 19 Dicembre 2009 00:00 |
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ITALIANI, STRANIERI E LE VESPE DI PANAMA
Due anni fa, alla fiera del libro di Torino, avevo ascoltato Zygmunt Bauman tenere una lezione dal titolo curioso: “Le vespe di Panama. Una riflessione su centro e periferia”. Recentemente, quelle parole mi sono tornate in mente diverse volte, leggendo i giornali, e ho provato a chiarirmele non appena abbiamo iniziato a confrontarci, in redazione, sul tema della migrazione, al centro del prossimo numero. Lo spunto dell’intervento di Bauman era la ricerca di un gruppo di scienziati della Zoological Society di Londra che avevano studiato la vita sociale di 422 vespe di 33 colonie differenti, dimostrando come questi insetti sociali, contrariamente a quanto si credeva di sapere fino a quel momento, pur vivendo in sciami non sono affatto animali residenziali. Il 56% delle vespe operaie, infatti, cambia alveare nel corso della propria vita, divenendo membro effettivo della nuova comunità. La domanda alla base dello studio era: ma come fanno le api autoctone a riconoscere e cacciare gli intrusi? Da questa ne discendeva, per una logica fino ad allora incontestabile, un’altra: che grado di parentela riconoscono ai nuovi arrivati, visto che non assumono un atteggiamento aggressivi verso di loro? Vedendo cadere ad una ad una le spiegazioni che sembravano più plausibili, gli scienziati sono giunti a una conclusione tanto semplice quanto fino ad allora mai considerata: gli alveari studiati non hanno confini impermeabili e ogni vespa entra ed esce senza sottostare a un controllo, senza cioè che questo flusso sia in qualche modo regolato. Quando migra, una vespa si comporta nel nuovo alveare esattamente come in quello di provenienza: contribuisce, ad esempio, alla raccolta del cibo e .ad accudire la nidiata locale. Curiosamente, gli alveari non si sovraffollano né si svuotano: privi di un centro che sovrintende e smista, essi si regolano da sé e, almeno a giudicare dall’esterno, se la cavano bene. Secondo Bauman, le analogie con la nostra realtà sono molte e varrebbe la pena iniziare a considerarle: “le oltre duecento «unità sovrane» presenti sulla mappa politica del pianeta ricordano sempre più i trentatré alveari presi in esame dalla spedizione di ricerca della Zoological Society of London”. Fluidità delle appartenenze e mescolarsi delle popolazioni stanno divenendo, anche nel nostro mondo, realtà sempre più quotidiane. Forse, come per i ricercatori inglesi a Panama, il difficile è trovare la categorie adatte a pensare ciò che già sta accadendo, costruire gli strumenti cognitivi necessari ad affrontare quella rivoluzione copernicana della società per cui non sono più i territori a definire l’essenza delle persone (italiano, francese, senegalese, a seconda della terra sulla quale si è nati) ma le persone a dare un nuovo valore e una nuova forma alla terra che attraversano. Si dirà che tra gli uomini e le vespe le differenze sono tante, e che ciò che pare facile per le une non lo sarà per gli altri che hanno lingue, statuti, usi, religioni differenti. Vero. E tuttavia non si può negare che una trasformazione enorme sia in atto. Vale la pena allora attrezzarsi a pensarla. Magari partendo da “vecchie” ma mai abbastanza praticate categorie, come quelle del dialogo e della solidarietà a cui si è appellato il card. Dionigi Tettamanzi, che nel suo Discorso alla città alla vigilia di S. Ambrogio, alcuni giorni fa, ha avuto parole anche per i rom sgomberati pochi giorni prima da un campo abusivo (e anche per questo si è attirato gli strali di un ministro dell’attuale governo). E aprendo gli occhi sui giovani stranieri che sempre più numerosi abitano le “nostre” città e che forse, come le vespe operaie , vorrebbero potervi transitare brevemente o magari fermarvisi a lungo ma, in entrambi i casi, vorrebbero soprattutto poterne essere realmente parte.
Mavì Gatti
Per un approfondimento:
Mariangela Giusti, L'educazione interculturale nella scuola. Edizione aggiornata con Nuove cittadinanze e Costituzione Ed. RCS/La Nuova Italia 182 pagine, 14€ “Al di là dell'Atlantico – scrive l'autrice - un avvocato quasi cinquantenne, figlio di un immigrato africano, da pochi mesi è presidente degli Stati Uniti: impensabile fino a qualche anno fa. Il Europa il Parlamento europeo ha proclamato il 2008 Anno del Dialogo Interculturale. In Italia, da un'impostazione pioneristica del pensiero interculturale in educazione avviato all'inizio degli anni '90 [...], si è passati al riconoscimento che le classi plurietniche devono essere delle vere comunità di vita e di lavoro”. Un'analisi approfondita delle strategie educative, dei diversi approcci filosofici e teorici all'intercultura, una riflessione sulle più recenti normative nazionali in merito. In conclusione, una serie di “Schede” che l'autrice dedica a “Il cinema per una formazione interculturale”, “Progetti didattici di solidarietà e sostegno per giovani sinti”, “Centri interculturali ed esempi di attività”, “Normativa di riferimento per l'educazione interculturale”. Conclude il libro una sitografia aggiornata.
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